Inter in vetta con Lautaro e Bonny: la Chivu-dance conquista San Siro
Riassunto
Inter torna in vetta con Lautaro (161 gol, raggiunge Mazzola) e Bonny protagonista nel 2-0 alla Lazio. Chivu conquista San Siro con la sua 'dance' e un'Inter trasformata tatticamente. Milan in difficoltà senza Rabiot: con lui media scudetto, senza appena 1,71 punti a gara. Conte in crisi dopo il 3-0 del Napoli a Bologna: 'Non accompagno un morto'. Roma prima con l'Inter grazie a Gasperini.
Lautaro raggiunge Mazzola e riporta l'Inter in vetta: 161 gol e il sorriso ritrovato
Il punto è questo: quando Lautaro Martinez smette di sorridere, l'Inter trema. Quando torna a segnare, i nerazzurri volano. E domenica sera a San Siro è successo esattamente questo: il Toro ha infilato l'incrocio dopo appena tre minuti contro la Lazio, raggiungendo quota 161 gol in maglia nerazzurra e agganciando la leggenda Sandro Mazzola nella classifica dei marcatori all-time dell'Inter.
Un gol che vale molto più di tre punti (che pure hanno riportato l'Inter in vetta insieme alla Roma). È il gol della liberazione per un attaccante che aveva vissuto quattro partite di digiuno in campionato come un incubo personale. "Sono sempre lo stesso, quando devo sorridere, sorrido" ha spiegato il capitano nel post-gara, con quella sincerità che lo contraddistingue. Ma la verità è che Lautaro sorride solo quando segna, e questo non è un difetto: è la sua natura da bomber puro.
La rete dell'1-0 nasce da un pressing feroce di Bastoni su Isaksen (altra novità tattica di Chivu), con il Toro che si trova il pallone sui piedi e non perdona con un destro di rara precisione sotto l'incrocio. Il regalo perfetto per Sandrino Mazzola, che ieri ha compiuto 83 anni e si è ritrovato raggiunto dal suo erede argentino. Nel mirino ora c'è Boninsegna a quota 171: con il ritmo attuale, Lautaro potrebbe raggiungerlo già in questa stagione.
Ma oltre ai numeri c'è l'atteggiamento: il capitano ha partecipato attivamente anche al raddoppio di Bonny, dimostrando quella maturità da leader che Chivu sta esaltando. "Segnare è la cosa più bella del mondo: quando la gente urla il tuo nome ti vengono i brividi" ha confessato Martinez, che ora vola in Angola con l'Argentina per l'amichevole di venerdì. Un viaggio lungo e impegnativo, ma con il sorriso finalmente ritrovato e la consapevolezza di aver riportato l'Inter dove merita: in cima alla classifica.
Bonny-mania a San Siro: il gioiello ivoriano conquista tutti e punta al derby
Credetemi, quando un attaccante di 22 anni appena compiuti fa un gol ogni 50 minuti di Serie A al primo anno in una big, significa che siamo di fronte a qualcosa di speciale. Ange-Yoan Bonny sta vivendo un momento magico e la rete del 2-0 contro la Lazio è solo l'ultima perla di una collezione che si arricchisce partita dopo partita.
Il francese di origini ivoriane ha trasformato l'assist millimetrico di Dimarco in un gol da rapace d'area, confermando quella freddezza sotto porta che lo sta rendendo indispensabile negli schemi di Chivu. Quattro gol e cinque assist in campionato sono numeri da veterano, non da esordiente in una squadra che lotta per lo scudetto. "I gol arrivano, grazie a Dio" ha detto con quella semplicità che nasconde una personalità già formata.
La crescita di Bonny è sotto gli occhi di tutti: sa coprire la palla, sa uscire da situazioni complicate, gioca benissimo spalle alla porta e soprattutto sa quando essere decisivo. Adani lo ha definito "un giocatore che sente l'importanza dei compiti" e ha ragione: che giochi con Lautaro o con Thuram, Bonny esegue sempre alla perfezione quello che gli chiede il sistema.
Ora arriva il momento più atteso: il derby. "Un sogno di bambino, tutti avranno guardato un Inter-Milan. Lo aspettiamo con pazienza ma siamo carichi" ha confessato l'attaccante, che potrebbe anche partire titolare considerando che Thuram sta ancora completando il recupero. Dimarco lo ha già ribattezzato "la pantera ivoriana" sui social, e francamente non poteva scegliere soprannome migliore. Bonny ha ricevuto pure il premio di Rising Star di ottobre: a questo ritmo, il derby sarà solo l'antipasto di una stagione da protagonista assoluto.
La Chivu-dance conquista San Siro: l'Inter ha trovato il suo condottiero
Ora, prestate attenzione: quando un allenatore inizia a ballare di gioia a bordo campo e i tifosi lo ribattezzano "Chivu-dance", significa che è scattato qualcosa di magico. Cristian Chivu non è più solo il tecnico che ha raccolto l'eredità di Inzaghi, è diventato il leader riconosciuto di un gruppo che ha ritrovato entusiasmo e fame di vittoria.
La trasformazione è sotto gli occhi di tutti: dall'Inter che faticava a trovare continuità siamo passati a una squadra che aggredisce alto, recupera palla e va in verticale senza troppi fronzoli. Il diktat è chiaro: pressione feroce per recuperare palla e servire velocemente le punte. I 37 gol totali non sono casualità, sono il frutto di un lavoro metodico che sta dando i suoi frutti.
Bergomi ha centrato il punto: "È un ragazzo che ti entra nel cuore e tira fuori il meglio dai giocatori. Doveva entrare nella testa dei giocatori e ci è entrato". La chiave è stata proprio questa: Chivu non ha stravolto tutto, ha integrato le sue idee con quello che già funzionava, aggiungendo intensità e cattiveria agonistica. Gli allenamenti sono più duri, quasi il doppio rispetto al passato, e si vede nelle gambe dei giocatori.
Stramaccioni lo paragona ad Ancelotti per la comunicazione sempre positiva e misurata, mentre Cassano esalta il lavoro tattico: "Finalmente vedo l'Inter europea con grande intensità". Il pressing alto con la difesa a tre che fa il fuorigioco è roba da manuale, così come la capacità di tenere la squadra sempre corta e aggressiva. Capitolo personalità: quando tutti chiedevano la testa di Sommer dopo l'errore con la Juve, Chivu lo ha confermato titolare. Fiducia totale, risultati immediati. Questa è la sua Inter: yard dopo yard, come nel football americano che tanto ama.
Milan, senza Rabiot non è la stessa musica: Allegri aspetta il suo pupillo
I numeri non mentono mai, e quelli del Milan con e senza Adrien Rabiot sono impietosi. Con il francese in campo, i rossoneri viaggiano a una media da scudetto: 10 punti in 4 partite, proiezione da 95 punti a fine campionato. Senza di lui? Appena 1,71 punti a gara, con ben sette punti buttati al vento contro Cremonese, Pisa e Parma.
Il pareggio di sabato al Tardini è l'ennesima dimostrazione di come il Milan si trasformi quando manca il suo equilibratore. Rabiot non è solo un centrocampista, è il collante che tiene uniti tutti i reparti: regista difensivo quando serve, incursore quando c'è da attaccare, ma soprattutto personalità pura in una squadra che fino all'anno scorso peccava proprio di carattere.
"Dobbiamo recuperare Rabiot" ha ripetuto Allegri come un mantra prima e dopo Parma, e i motivi sono evidenti. Il francese dà a Modric un perfetto assistente in regia, ma non è tutto: la squadra trova in lui un ragionatore di centrocampo che sa quando alzare il ritmo e quando gestire. Senza di lui, il Milan si addormenta: lo abbiamo visto contro il Parma, dove dopo il 2-0 i rossoneri si sono cullati sugli allori permettendo la rimonta ducale.
La sosta arriva al momento giusto: Rabiot ha saltato la convocazione con la Francia (scelta concordata) e potrà completare il recupero dal problema al soleo. Venerdì ci sarà il test con l'Entella per verificare le sue condizioni, poi l'obiettivo è averlo al 100% per il derby del 23 novembre. Perché una cosa è certa: contro l'Inter serviranno tutti i titolari, e Rabiot in questo momento è l'indispensabile per eccellenza.
Conte e il Napoli in crisi: 'Non voglio accompagnare un morto'
Il punto è questo: quando Antonio Conte dice "non voglio accompagnare un morto", significa che la situazione è più seria del previsto. La sconfitta per 3-0 a Bologna ha fatto esplodere tutte le contraddizioni di un Napoli che sembrava aver ritrovato la strada e invece si ritrova a -2 dalla vetta con più domande che certezze.
La prestazione del Dall'Ara è stata imbarazzante: mai un tiro in porta, mai una reazione, mai un sussulto d'orgoglio. Un Napoli "da compitino senza alchimia" come lo ha definito lo stesso Conte, che per la prima volta da quando è arrivato ha preso le distanze dalla sua squadra. "Non riesco a farmi capire, mi spiace" ha aggiunto, e quando un allenatore del suo calibro ammette di non riuscire a trasmettere i suoi concetti, il problema è serio.
La strategia comunicativa di Conte è collaudata: quando le cose vanno male, catalizza l'attenzione su se stesso per proteggere i giocatori. Lo ha fatto alla Juve con il famoso "ristorante da 100 euro", all'Inter con gli attacchi alla dirigenza, al Tottenham con lo sfogo sulla "fame di vittoria" del club. Ora tocca al Napoli, e la frase sui "trapianti di cuore" che "non si possono fare" suona come un ultimatum alla società.
Il mercato estivo da 137 milioni ha allargato la rosa ma anche moltiplicato i problemi: troppi giocatori da integrare, troppi esperimenti tattici, troppa confusione. Lang sembra già fuori dal progetto, Beukema non si vede più, e il ritorno di Lukaku (atteso per dicembre) potrebbe non bastare. Conte ha sempre saputo uscire dalle crisi, ma stavolta la sensazione è che serva qualcosa di più delle sue solite sfuriate. Perché i trapianti di cuore, in realtà, riescono eccome: dipende solo dal chirurgo.
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Capitolo mercato: la Roma punta forte su Zirkzee per gennaio dopo l'infortunio di Dovbyk, mentre l'Atalanta ha scelto Palladino per sostituire Juric. Fronte Juventus: Spalletti lavora sui quattro problemi principali dei bianconeri, mentre Comolli diventa ufficialmente AD domani nel primo CdA. Curiosità: l'11ª giornata sfiora i 6 milioni su DAZN (+18% rispetto all'anno scorso), con Inter-Lazio che trascina gli ascolti. Intanto Fali Ramadani è stato assolto dall'accusa di evasione fiscale sui contratti di Perisic e altri big. Nazionali: tre argentini dell'Atletico Madrid (Alvarez, Molina, Simeone) salteranno l'Angola per mancanza di vaccini, mentre Lautaro è regolarmente partito. Un vantaggio in vista di Atletico-Inter del 26 novembre? Staremo a vedere.
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